26 aprile 2026
At 2,14.36-41 Sal 22 1Pt 2,20-25 Gv 10,1-10
SONO LA TUA PORTA!
La quarta domenica di Pasqua ha una sua caratterizzazione precisa nell’anno liturgico: la domenica del Buon Pastore, assegnata alla preghiera per le vocazioni. L’idea stessa del pastore ci manca quasi totalmente: chi è e cosa fa, o dovrebbe fare, un pastore? Egli aveva tre compiti: 1. proteggere e curare il bestiame nelle sue necessità vitali 2. tenerlo unito perché non si disperdesse 3. guidarlo verso pascoli adatti, indicando la via da seguire.
Sono le tre azioni che il Risorto compie nelle apparizioni pasquali e le attività che Egli affida agli Apostoli dopo la Pasqua. Nel tempo post-pasquale la comunità degli apostoli impara a curare, a tenere unito e ad indicare la via al gregge. Gli apostoli accompagneranno la comunità attraverso la predicazione della Parola, la conversione, il battesimo, la remissione dei peccati, l’effusione dello Spirito…
Vorrei commentare con voi la definizione che Gesù dà di sé stesso “io sono la porta delle pecore” (v.7). Di per sé avrebbe dovuto dire io sono la porta del recinto, oppure sono la porta per le pecore, invece dice “io sono la porta delle pecore”. Il termine che noi in italiano esprimiamo come recinto corrisponde al greco aulè che non è l’ovile, ma piuttosto il vestibolo del Tempio, lo spazio sacro che immetteva dal profano al fanum, cioè dalla quotidianità allo spazio della comunione con Dio.
In sintesi: la mediazione che immette l’uomo nella comunione con Dio non è più il Tempio di Gerusalemme, ma la persona di Cristo morto e risorto. “Io sono la porta”.
Ecco allora cosa diciamo quando diciamo che Gesù è la porta delle pecore (vv.7 e 9) : nel suo mistero pasquale, Gesù morto e risorto è la via che conduce alla salvezza. Tuttavia, come la porta è parte integrante dell’edificio, così anche Gesù non è solo porta d’ingresso nel Tempio della salvezza, ma è Tempio della salvezza egli stesso.
Gesù è sì mediatore della salvezza, ma anche, contemporaneamente Egli stesso salvezza, salvezza in sé stesso. È via, verità, e vita: via verso il Padre, ma è anche vita che il Padre dona, in Lui troviamo la Verità, e la Vita del Padre.
Il guardiano gli apre e le pecore ascoltano la sua voce: egli chiama le sue pecore, ciascuna per nome, e le conduce fuori (Gv.10,3). Il pastore è colui che ha il compito di condurre fuori, d’immettere in un cammino di esodo, uscita, liberazione. Il pastore ha un compito speciale: educare e formare alla libertà le pecore. Non una libertà qualsiasi, ma una libertà che fa crescere verso la vita vera.
Il pastore è immagine di ogni vero educatore: non un educatore purchessia, ma un educatore che sa condurre ad un autentico movimento d’uscita da sé…. Non di rado la nostra vita ci pesa, ci è difficile. Molte situazioni difficili nelle quali gli psicologi sono chiamati ad intervenire ,sono collegate ad una vita che pesa dentro, senza luce, senza prospettive.
Il pastore-educatore è una presenza che apre ad un movimento di uscita da sé stessi, ad un esodo, un liberarsi da delusioni, illusioni, false attese, rimpianti, meschinerie che rendono la vita pesante, per immettere ed aprire ad una vita interpretata e vissuta come uscita e liberazione. È il cammino discepolare cristiano: discepolato come liberazione ed uscita dall’ego delle nostre chiusure, difensività, egoismi, mettendoci nella sequela di Gesù maestro e liberatore.
Il Pastore evocato oggi da questo capitolo 10 di Giovanni è colui che con rispetto, ma fermezza, invita a non restare fermi, ad uscire da sé, dai propri schemi, e aiuta ad iniziare a camminare. Sa indicare orizzonti di libertà, cammini e percorsi di superamento del vecchio io, dei vecchi stili, dei vecchi ovili. Egli non fa questo con violenza, con strattoni o spintoni. Isaia 40 descrive il pastore ideale che porta gli agnellini suo petto, e conduce dolcemente le pecore madri. Agnellini o pecore madri sono sì diverse categorie di persone che incontriamo, ma sono anche diverse componenti della nostra personalità. Negli agnellini identifichiamo le parti vulnerabili, nelle pecore madri le parti generative e responsabili. È un messaggio consolante: il Pastore buono accompagna e si fa carico di tutte le dimensioni della nostra personalità….
Passo al versetto conclusivo (v.10) “Io sono venuto perché abbiano la vita e l’abbiano in abbondanza…” Cosa significa vita in abbondanza? In fondo la vita o la si ha o non la si ha. Mi pare una domanda utile da lasciar fermentare, senza contentarci di risposte frettolose. Forse è proprio qui che Gesù Risorto vuole condurci…
Come vuoi liberare la nostra vita Gesù Risorto, Pastore buono delle pecore, nostro educatore, e maestro? Verso quale casa vuoi condurci a dimorare? In quale pienezza di vita vuoi guidarci?
-della preghiera, -della conversione, -del dialogo, dell’ascolto, del perdono e della relazione, -dell’amicizia, fraternità, comunione
-della responsabilità, impegno, carità, e pace
-della bontà, della bellezza, dell’amore fedele….
Signore sei venuto a donarmi la vita in abbondanza; noi siamo distratti, superficiali, inconsapevoli. Rendici attenti, aperti al tuo dono, perché esso non scivoli via dalle nostre mani. Sii tu la nostra guida, il nostro pastore, la nostra salvezza.
La porta…
Aprici dunque la porta, e noi vedremo i frutteti…
berremo la loro acqua fredda dove la luna ha posto la sua traccia.
Vogliamo vedere dei fiori. Qui la sete ci assale.
Aspettando e soffrendo eccoci davanti alla porta.
Se occorre abbatteremo questa porta con i nostri colpi.
Premiamo e spingiamo ma la barriera è troppo forte.
Bisogna languire attendere e guardare invano.
Guardiamo la porta; essa è chiusa incrollabile.
Fissiamo su di essa lo sguardo; piangiamo per il tormento;
continuiamo a vederla; il peso del tempo ci schiaccia.
La porta è davanti a noi a che serve volere?
Meglio andarsene abbandonando la speranza.
Non entreremo mai. Siamo stanchi di vederla.
La porta aprendosi lasciò passare tanto silenzio
che non sono apparsi né i frutteti né alcun fiore;
solo lo spazio immenso dove sono il vuoto e la luce
fu d’un tratto presente da parte a parte, riempì il cuore
e lavò gli occhi, quasi ciechi sotto la polvere.
(S. Weil)

